Calcio italiano, anno zero: fallimento totale e resa del sistema

Pubblicato il 1 aprile 2026 alle ore 04:12

di Pierantonio Lutrelli

 

“È un fallimento totale”. La Lega Calcio lo dice senza giri di parole e chiede le dimissioni di Gabriele Gravina. Gravina risponde, non arretra, rivendica e difende: “Ho chiesto a Gattuso e Buffon di restare, la parte tecnica va salvaguardata al 100%, le dimissioni? Decide il Consiglio federale”. È qui che si consuma il cortocircuito definitivo del calcio italiano: mentre il sistema prova a difendersi, la realtà lo ha già superato. Bosnia-Italia finisce ai rigori, eliminazione, terzo Mondiale consecutivo senza gli Azzurri. Non è più un episodio, non è più un incidente, è una linea chiara, netta, inequivocabile. Il calcio italiano ha smesso di competere davvero e continua a non volerlo ammettere. Si raccontano sconfitte come percorsi di crescita, si trasformano fallimenti in narrazione, si parla di ragazzi “eroici”, ma il calcio è competizione e il risultato è uno solo: fuori. Dire che la parte tecnica è da salvaguardare al 100% significa non aver compreso la profondità del problema, perché il problema è esattamente tecnico, nella formazione, nella produzione del talento, nella cultura calcistica. Difendere tutto significa non cambiare nulla. L’Italia non produce più fuoriclasse, non produce più giocatori che spostano gli equilibri, non produce più miti capaci di essere riferimento per le nuove generazioni. Abbiamo calciatori ordinati, preparati, disciplinati, ma il calcio non si vince con l’ordine, si vince con il talento, con l’imprevedibilità, con l’estro, e tutto questo oggi non c’è. Le scuole calcio sono aumentate, i campioni sono diminuiti, perché abbiamo costruito un sistema che insegna schemi e non libertà, che forma esecutori e non creatori, che standardizza invece di valorizzare. Tutti uguali, tutti dentro un modello, e il talento dentro un modello rigido si spegne. Una volta il talento nasceva fuori, nei campetti, nei cortili, nelle strade, lì si costruivano tecnica, personalità, coraggio, oggi quella dimensione è scomparsa e senza quella palestra spontanea non nasce più il giocatore che inventa, che salta l’uomo, che cambia la partita. Nel frattempo il pubblico guarda indietro: Cassano, Ventola, Vieri, Toni, Totti, Baggio, Cannavaro dominano il racconto digitale del calcio italiano, perché rappresentano l’ultimo periodo in cui il nostro calcio era davvero grande. Il presente non basta e allora si consuma nostalgia. Lo scontro tra Lega e Gravina è reale ma è solo superficie, perché cambiare un nome non cambia un sistema e oggi il problema è il sistema. Il calcio italiano è all’anno zero e serve avere il coraggio di dirlo senza ambiguità. Non serve continuità, serve discontinuità, non serve difendere, serve smontare e ricostruire, dai vivai, dalla formazione, dalla cultura del gioco. I grandi campioni del passato non possono restare narratori nostalgici, devono tornare dentro il sistema, insegnare, incidere, trasferire mentalità e qualità, perché oggi manca proprio questo, il passaggio di competenze. Continuare a raccontare che “c’è stato un percorso” non cambierà nulla, continuare a difendere ciò che esiste non produrrà risultati. Se non si accetta che il calcio italiano va rifondato da zero, il destino è già scritto: diventare definitivamente un ricordo.