di PIERANTONIO LUTRELLI
Quando la vita si restringe e il mondo sembra improvvisamente ostile, ognuno cerca un luogo nel quale sentirsi meno esposto. Non necessariamente un rifugio per sottrarsi alle proprie responsabilità, ma uno spazio dove recuperare un rapporto più semplice con se stesso e con gli altri. Valter Lavitola quel luogo lo ha individuato a Noepoli, paese d’origine della sua famiglia paterna. Aveva chiesto di potervi trascorrere gli arresti domiciliari, ma il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta. Noepoli resta comunque il luogo da lui indicato: lontano da Roma, dalle relazioni di potere, dalle inchieste e dalle telecamere. La vicenda giudiziaria riguarda Lavitola. Noepoli non è coinvolta nell’inchiesta, non deve difendersi da alcuna accusa e non è chiamata a pronunciare sentenze. Eppure è finita sul banco degli imputati per una ragione molto più banale: essere un paese piccolo, interno, lontano dai circuiti nei quali si decide ciò che merita considerazione. Sul Foglio, Camillo Langone ha definito Noepoli «il vero millantatore». Ha giocato sul suo antico nome, Noja, trasformandolo in Noia, ha irriso i notabili che dopo l’Unità d’Italia scelsero la denominazione attuale e ha descritto il paese come un luogo abitato da settecento persone anziane, dove uscire oppure rimanere chiusi in casa farebbe poca differenza. Per questo, secondo lui, sarebbe perfetto per i domiciliari. È una battuta costruita bene, ma racconta male. Racconta soprattutto quel modo ancora diffuso di osservare le aree interne: da lontano, con uno sguardo condiscendente che scambia la mancanza di clamore per assenza di vita. Se non ci sono traffico, locali alla moda ed eventi permanenti, allora non accadrebbe nulla. E chi rimane sarebbe soltanto una comparsa dentro una lenta agonia demografica. Ma la vita di un paese non si misura dal rumore che produce. Noepoli è anche il paese di mia madre e il luogo nel quale ho trascorso molte estati da bambino. Non ne parlo per idealizzarlo. So bene che vivere in un piccolo centro significa affrontare distanze, servizi insufficienti, partenze e case che lentamente si svuotano. Proprio per questo trovo ingiusto trasformare tali difficoltà in materiale da dileggio. La solitudine delle aree interne non è una stravaganza dei loro abitanti. È il risultato di decenni durante i quali l’Italia ha concentrato altrove investimenti, opportunità e attenzione. Ironizzare sull’età media di Noepoli significa fare una battuta su un problema nazionale dopo averne ignorato le cause. Nel servizio della Tgr Basilicata alcuni cittadini hanno detto che accoglierebbero Lavitola a braccia aperte. Quelle parole possono essere condivise oppure no, ma non equivalgono all’assoluzione di nessuno. Esprimono il codice umano di una comunità che distingue la persona dalle sue responsabilità. La giustizia accerta i fatti e stabilisce eventuali colpe; un paese può semplicemente decidere di non aggiungere l’odio al giudizio. La risposta del Comune ha quindi colto il punto: Noepoli non può essere utilizzata come «cornice folkloristica» di una storia giudiziaria altrui. Non è il fondale della vicenda Lavitola e neppure la caricatura proposta da una rappresentazione costruita sulla provocazione. Anche il richiamo di Langone a Benedetto Croce e alla tragica vicenda di Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro non basta a sostenere quella caricatura. Aver incontrato il nome di Noja in un libro non significa conoscere Noepoli. La letteratura può aprire una porta su un luogo, ma non autorizza a credere di possederne la storia e tanto meno a ridicolizzarne gli abitanti. Forse Lavitola ha scelto Noepoli proprio perché lì il mondo sembra più lontano. Perché, quando tutto si rompe, si cerca un punto fermo: un luogo nel quale il proprio cognome non coincida soltanto con un fascicolo giudiziario e dove qualcuno ricordi che, prima della caduta, esisteva una storia. Questo non cancella nulla e non giustifica nulla. Significa soltanto riconoscere che anche chi è chiamato a rispondere delle proprie azioni può sentire il bisogno di tornare alle proprie radici. Noepoli non è Noia. Non è un paradiso e non pretende di esserlo. È una comunità che resiste, con i suoi problemi e la sua dignità. Per raccontarla davvero non basta una battuta: bisogna liberarsi del pregiudizio secondo cui tutto ciò che è piccolo, silenzioso e lontano sia anche inutile. Perché i paesi non sono vuoti quando fanno silenzio. Diventano invisibili quando chi li osserva ha già deciso di non vederli.
foto: Angelo Violante