di PIERANTONIO LUTRELLI - Se Silvio Berlusconi fosse ancora vivo, oggi sarebbe stato lì, in prima fila, con lo sguardo di chi ha perso molto più di un ex calciatore. Perché Franco Baresi non è stato soltanto il capitano del Milan. È stato il custode di un’epoca.
Ci sono giocatori che giocano a calcio e ci sono giocatori che finiscono per fare la storia del calcio. Franco Baresi appartiene alla seconda categoria. Non era il più alto, non era il più veloce, non era il più appariscente. Eppure era il più importante. Bastava guardarlo per capire dove sarebbe finita l’azione, da quale parte sarebbe arrivato il pericolo e in quale angolo del campo il pallone sarebbe stato riconquistato. Nell’Italia dei grandi numeri dieci e dei centravanti celebrati come sovrani, Baresi scelse un’altra strada. Decise di comandare da dietro. E lo fece con la sobrietà dei forti e il rigore di chi considera il talento un dovere e non un privilegio. Fu il capitano del Milan di Sacchi e del Milan di Capello, il capo di una difesa entrata nella storia insieme a Tassotti, Costacurta e Maldini. Era una linea arretrata così perfetta da sembrare una macchina. Gli avversari avanzavano e, quasi senza accorgersene, finivano in trappola. Baresi era il primo a salire e l’ultimo ad arrendersi. Alzava il braccio, guidava i compagni, ordinava la manovra e trasformava il calcio in una questione di geometrie, distanze e tempi. Non rincorreva gli avversari. Li aspettava. E, quasi sempre, li anticipava. La sua grandezza stava proprio lì. Nella capacità di far apparire semplice ciò che semplice non era affatto. Anche il destino, del resto, si divertì a metterlo alla prova. Campione del mondo nel 1982, ma senza giocare neppure un minuto. Escluso quattro anni più tardi dal commissario tecnico Enzo Bearzot. E poi, finalmente, la consacrazione.
L’immagine che tutti conservano è quella dell’estate del 1994. Trentiquattro anni, un intervento al menisco, il ritorno in campo dopo appena ventiquattro giorni e una finale mondiale giocata contro il Brasile come se il dolore non esistesse. Poi il rigore calciato alto, il volto nascosto tra le mani e il peso di una sconfitta che non riuscì comunque a intaccarne la grandezza. Perché la storia, qualche volta, sa essere più giusta del risultato di una partita. Franco Baresi se n’è andato in silenzio, proprio come aveva vissuto. Senza clamore, senza retorica, senza chiedere nulla.
Il numero 6 era già diventato leggenda. Da oggi è diventato memoria.