di PIERANTONIO LUTRELLI - C’era un tempo in cui la televisione non aspettava nessuno. Negli anni Ottanta, quando ero bambino, la TV aveva un potere assoluto sul nostro tempo. Erano gli anni in cui si viveva con l’orologio in mano. Se un film iniziava alle 20.30, alle 20.30 dovevi essere davanti allo schermo. Punto. Non esistevano repliche immediate, non esistevano piattaforme, non esisteva il “me lo recupero dopo”. Ricordo ancora una frase che sentivo spesso dire dai miei genitori: “Siamo stanchi, domani dobbiamo andare a lavorare… peccato non vedere come finisce il film”. E finiva davvero lì. Se perdevi il finale, lo perdevi per sempre. Se saltavi una puntata di una serie, nessuno te la faceva rivedere. La televisione era un appuntamento collettivo ma anche spietato: o c’eri o non c’eri. Poi arrivò il videoregistratore. Per chi ha vissuto quel passaggio, fu quasi una rivoluzione tecnologica domestica. All’inizio degli anni Novanta comparvero quelle cassette VHS che permisero, per la prima volta, di “spostare” il tempo televisivo. “Registralo”, si diceva. “Me lo guardo domani”. Oggi può sembrare banale, ma allora era un cambio di paradigma enorme. Per la prima volta non era più soltanto la televisione a decidere i ritmi della visione. Cominciava a decidere anche lo spettatore. Certo, con tutti i limiti dell’epoca: cassette da riavvolgere, registrazioni tagliate, timer programmati male, qualità discutibile. Però era nata la post-visione. Era nato il concetto del “quando posso”. E poi siamo arrivati al 2026. Oggi il rapporto con la televisione è completamente ribaltato. RaiPlay, Mediaset Infinity, YouTube, Netflix, Prime Video, Disney+, streaming ovunque. Non esiste più il concetto di “perdere” davvero qualcosa. Una serie posso interromperla oggi e finirla il prossimo weekend. Un programma posso iniziarlo sul telefono, riprenderlo sul tablet e terminarlo in TV. Posso mettere pausa, tornare indietro, rivedere una scena, recuperare un’intera stagione mesi dopo. La televisione lineare non è sparita, ma non è più il centro del sistema. È cambiato soprattutto il concetto del tempo. Negli anni Ottanta era lo spettatore a doversi adattare alla televisione. Oggi è la televisione che si adatta alla vita dello spettatore. Abbiamo guadagnato libertà. Tantissima. Ma forse abbiamo perso anche qualcosa. Negli anni Ottanta milioni di persone guardavano la stessa cosa nello stesso momento. Il giorno dopo se ne parlava a scuola, al lavoro, al bar. C’era una memoria collettiva sincronizzata. Oggi ognuno guarda contenuti diversi, in tempi diversi, su piattaforme diverse. La fruizione è diventata individuale, personalizzata, frammentata. Più comoda, certamente. Ma anche più solitaria. Io ho attraversato tutte queste ere: la TV del “o ci sei o non ci sei”, quella del videoregistratore e oggi quella delle piattaforme. E guardandomi indietro mi rendo conto che non è cambiato soltanto il modo di vedere la televisione. È cambiato il modo di vivere il tempo.
Aggiungi commento
Commenti