Quando i Mondiali erano l’estate. E oggi non riesco nemmeno a guardarli

Pubblicato il 28 giugno 2026 alle ore 21:27

di PIERANTONIO LUTRELLI - Ci sono generazioni che hanno imparato a misurare il tempo con i Mondiali di calcio. Ogni quattro anni era un rito. Si sapeva dove si sarebbe vista la partita, con chi, cosa si sarebbe mangiato. Le finestre aperte, le bandiere ai balconi, le urla del vicinato che arrivavano un secondo prima dell’immagine televisiva. I Mondiali non erano solo calcio: erano un pezzo della nostra identità collettiva. Io appartengo a quella generazione. Per questo mi accorgo che qualcosa si è spezzato. Quest’anno si gioca un Mondiale e, per la prima volta, non riesco nemmeno ad accendere la televisione. Non per protesta. Per tristezza. Perché l’Italia non c’è. Non è soltanto una nazionale assente. È la sensazione che manchi il motivo stesso per cui quei trenta giorni erano speciali. Possono esserci le stelle più forti del pianeta, gli stadi pieni e lo spettacolo perfetto. Ma se non c’è la maglia azzurra, per chi è cresciuto con i Mondiali il coinvolgimento diventa inevitabilmente diverso. Forse è anche il segno di un cambiamento più profondo. Per decenni il calcio italiano era costruito attorno a presidenti che, nel bene e nel male, avevano un legame diretto con il territorio e con il nostro calcio. Esisteva quasi una responsabilità morale: far crescere i campioni che avrebbero poi rappresentato l’Italia. Oggi il panorama è cambiato. Molti club appartengono a fondi internazionali o a proprietà straniere. È una trasformazione figlia della globalizzazione e della finanza, non necessariamente negativa. Sarebbe però ingenuo ignorare che gli obiettivi siano diversi: contano i bilanci, il valore del marchio, i risultati sportivi del club. La nazionale, inevitabilmente, non è più al centro del progetto. Non è l’unica causa delle difficoltà dell’Italia. Sarebbe troppo semplice sostenerlo. Pesano i vivai, la formazione dei giovani, le scelte federali, l’organizzazione del sistema calcistico. Ma è difficile non percepire che quell’antica osmosi tra club e nazionale si sia progressivamente affievolita. Forse è per questo che, davanti a un Mondiale senza Italia, provo qualcosa che va oltre la delusione sportiva. È come se fosse finita una stagione della vita. Quella in cui i Mondiali non erano un evento televisivo, ma un appuntamento emotivo. Quella in cui bastava vedere gli Azzurri entrare in campo per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Spero che quel sentimento torni. Perché il calcio, alla fine, non vive soltanto di tattiche, statistiche e business. Vive soprattutto di appartenenza. E senza appartenenza, anche il Mondiale più bello rischia di sembrare soltanto una serie di partite giocate da altri.