Morgan e il coraggio di essere fuori tempo

Pubblicato il 28 luglio 2026 alle ore 17:07

di PIERANTONIO LUTRELLI - Ci sono artisti che riempiono le piazze. E ce ne sono altri che riempiono il silenzio tra una nota e l’altra. Morgan appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A Montegiordano Marina, nella serata conclusiva del Festival della Poesia, non è andato in scena semplicemente un concerto. È stata un’esperienza musicale in cui il pubblico è stato accompagnato dentro un repertorio che attraversa secoli, stili e sensibilità diverse. Beethoven e la musica classica si sono intrecciati naturalmente con Franco Battiato, da Prospettiva Nevskij a L’era del cinghiale bianco. Di Fabrizio De André Morgan ha scelto due brani tutt’altro che scontati, Un giudice e Un malato di cuore, entrambi tratti da Non al denaro non all’amore né al cielo, confermando la sua predilezione per il repertorio più colto e meno commerciale del cantautore genovese. A completare il viaggio, gli omaggi a Sergio Endrigo, Fred Buscaglione e David Bowie. Nessuna esibizione da jukebox. Nessuna sequenza di successi. Piuttosto un racconto musicale costruito con intelligenza e competenza. Morgan è così. Lo si può amare o contestare. Può apparire bizzarro, imprevedibile, persino eccessivo in alcune estemporaneità. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi al personaggio televisivo. Sul palco emerge soprattutto il musicista. E lì il giudizio cambia inevitabilmente. La tastiera del pianoforte sembra diventare il naturale prolungamento delle sue mani. Ogni brano viene smontato, ricostruito, reinterpretato senza perdere la propria identità. È questo che distingue un interprete da un semplice esecutore: la capacità di dare nuova vita alla musica senza tradirla. Particolarmente significativo il momento in cui ha proposto un suo brano spiegando, quasi provocatoriamente, di essere Morgan e non Mozart. Una riflessione che diventa anche una critica a una parte della produzione musicale contemporanea, quella costruita più per rincorrere classifiche e algoritmi che per lasciare qualcosa nel tempo. La sua immagine di chi oggi “fa musica con i rutti” è volutamente estrema, ma fotografa il disagio di un artista che continua a credere nello studio, nella tecnica e nella cultura musicale come valori irrinunciabili. Forse è proprio questo il destino di Morgan: essere costantemente fuori dai canoni. Troppo colto per il pop commerciale, troppo popolare per una certa élite culturale. Eppure questa posizione di confine gli consente una libertà espressiva che pochi possono permettersi. Il pubblico di Montegiordano lo ha seguito senza difficoltà in questo viaggio. Non soltanto perché ha ascoltato canzoni conosciute, ma perché ha percepito l’autenticità di chi non sale sul palco per eseguire un copione. Ogni concerto di Morgan è diverso dal precedente. Ogni serata nasce e si trasforma davanti agli spettatori. In un’epoca in cui la musica è sempre più compressa in pochi secondi da consumare sui social, assistere a un concerto come questo significa ricordarsi che l’arte può ancora chiedere tempo, attenzione e ascolto. E forse è proprio questa la lezione più bella lasciata da Morgan a Montegiordano: la musica non serve a scalare una classifica. Serve, quando incontra un artista vero, ad alzare un po’ l’asticella della nostra sensibilità.